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Disorientati dalla sostenibilità, riorientati dal purpose

L’ecosistema imprenditoriale italiano è costituito per il 78,9% da piccole e medie imprese. Un’evidenza rilevata da numerose indagini, fra cui il recente Censimento Permanente delle Imprese Istat (2023) che fornisce un quadro chiaro della prevalenza di micro imprese (3-9 dipendenti), imprese di piccole dimensioni (10-49 dipendenti), imprese medie (50-249 addetti). Le grandi imprese (250-500 persone) rappresentano il 2,2% e quelle oltre i 500 addetti lo 0,4%. Più della metà delle imprese è attiva al Nord (il 28,7% nel Nord-ovest e il 22,7% nel Nord-est), il 21,3% al Centro e il 27,3% nel Mezzogiorno. Questo il quadro che si evince dal censimento, ben sintetizzato nella frase: “l’analisi delle caratteristiche strutturali, dei comportamenti e delle strategie delle imprese industriali e dei servizi, si colloca in un contesto evolutivo di grandi cambiamenti strutturali, che stimola comportamenti dinamici e di adattamento da parte del sistema delle imprese”.

Averne consapevolezza è molto importante e richiede un cambio di paradigma. Ogni governance d’impresa, sia essa rappresentata da imprenditrici e imprenditori o compartecipata da più attori, muove tradizionalmente la sua strategia sulla base di un posizionamento distintivo, sulla capacità di affermarlo e stare sul mercato di riferimento, generando profitto. Nella complessità dello scenario economico, sociale, culturale e ambientale, la profittabilità non basta più. La sostenibilità sta rivoluzionando il paradigma di generazione del valore d’impresa e ci impone una domanda: “Qual è il senso, qual è lo scopo della mia impresa?”. In altre parole, il suo purpose: la volontà di generare un impatto positivo sull’ecosistema. Il purpose passa attraverso la definizione di strategie di posizionamento e innovazione, cambiamento organizzativo, sviluppo di nuove competenze: un processo di maturazione e apprendimento organizzativo complesso. Pensare al proprio purpose ci richiede di guardare l’impresa nel suo insieme, comprendere, connettere, valorizzarne tutti i capitali: economico-produttivo, umano e organizzativo, valoriale, narrativo e farne un unico capitale trasformativo per l’impresa, il contesto in cui si sviluppa e con cui si relaziona, per la filiera e all’interno di essa, per la crescita del tessuto economico e sociale.

Un potente alleato della sostenibilità

Il purpose è un potente abilitatore e alleato della transizione sostenibile, perché risponde alla ricerca di senso, connota le organizzazioni per il loro valore in una prospettiva lungimirante e ci pone alla guida del cambiamento, in cui ognuno di noi è parte di quel capitale trasformativo e può giocare un ruolo attivo. Tutti ci riconosciamo come parte integrante del capitale umano economico e sociale. I bisogni e le sfide sociali emergenti, la centralità della persona nei contesti aziendali e nel progredire delle rivoluzioni industriali, la coesistenza in azienda di almeno tre generazioni, l’equità e l’inclusione sono tutti segnali non solo della complessità in cui viviamo, ma anche della necessità di un senso più profondo. In questo scenario ci vengono in aiuto i nostri valori. Ogni impresa ha un pattern valoriale identitario, che origina spesso dalle storie dei fondatori e poi si evolve nella storia dell’impresa, insieme alle persone che vi lavorano, alle innovazioni, ai successi e ai fallimenti che la costituiscono.

Dare senso consente di trovare un bilanciamento dinamico fra profit & human centricity ed evitare la polarizzazione: da un lato, ”fare come se” questi bisogni, questo nuovo cambio di paradigma non esistesse, per poi ritrovarsi capitani senza equipaggio e senza mercato, e, dall’altro, eccedere nella cultura dell’individualismo a discapito della crescita della cultura organizzativa d’impresa. Il processo assume così un ruolo chiave: quello della dorsale su cui si sviluppa ogni organizzazione, per guidare il cambiamento con metodo e generare valore aggiunto per l’azienda, per le persone e per il mercato. Il processo trasforma, monitora gli avanzamenti della visione strategica nella sua attuazione, consente di unire parametri qualitativi e quantitativi, accompagna il cambiamento con metodo. Un metodo che serve per non rincorrere la visione senza l’organizzazione, per fare innovazione con il senso della sperimentazione a tutti i livelli: modello d’impresa, prodotto o servizio, competenze, e del processo stesso.

Dal purpose all’impatto positivo

Il purpose guarda alto e lontano, poi è necessario passare alla strategia, alla sua razionalizzazione e realizzazione, in relazione agli obiettivi e agli stakeholder di riferimento, nella filiera e nell’ecosistema, mirando non solo ai risultati, ma anche alla ricchezza del percorso. Sperimentare! Non esiste una ricetta, ma tre elementi chiave: innovazione, senso, agilità. Le transizioni ci saranno sempre, alcune più importanti e pervasive di altre, ma che siano green, digital, social & purpose centred, la chiave sarà sempre nell’approccio ad esse. Passare dal chiedersi: “Cosa rischio se lo faccio?” a “Cosa rischio se non lo faccio, se non cambio, se non evolvo?”. Il coraggio e la necessità sono sempre l’innesco, ma non bastano. Servono competenze, connessioni, nuove visioni. 

Tutte le imprese hanno già fatto qualcosa di riconducibile alla sostenibilità, spesso senza riconoscerlo come parte di questa evoluzione. Riconoscerle ed essere consapevoli è il primo passo; dare senso e mettere a sistema è il secondo; infine pianificare e agire, guidando e partecipando il cambiamento con visione, innovazione e metodo. Capitali, capitani, esploratori, uniti nell’impresa di generare profitto e impatto positivo.